Nei corridoi dell’edificio Justus Lipsius, dove nell’aria aleggia un vago odore di caffè e di tensione, il Consiglio europeo del 19 marzo sembra protrarsi per il secondo giorno. All’interno, Viktor Orbán siede immobile, a braccia conserte, ripetendo il suo mantra: niente petrolio attraverso Druzhba, niente 90 miliardi di euro per l’Ucraina. La disputa sull’oleodotto è infatti diventata un muro invalicabile e il primo ministro ungherese non mostra alcun segno di voler cedere.

La premier italiana Giorgia Meloni, solitamente nota per il suo pragmatismo e la sua capacità di fare chiarezza, interviene durante un incontro privato. Secondo cinque diplomatici di quattro Paesi diversi – nessuno italiano – avrebbe affermato di comprendere le ragioni di Orbán. Le elezioni in Ungheria si avvicinano, il 12 aprile; in politica le cose cambiano; se fosse stata al suo posto, avrebbe potuto vederla allo stesso modo. Ciononostante, insistite sul suo sostegno immediato al prestito destinato a Kyiv. Si tratta di empatia, non di approvazione – o almeno così riferiscono le fonti anonime a Politico, che quel pomeriggio titola: “Meloni ha detto ai leader di comprendere la posizione di Orbán sull’Ucraina”.

In serata, la notizia si diffonde a macchia d’olio tra le agenzie di stampa europee. A Roma, l’ufficio del primo ministro va in subbuglio. Per Kyiv, invece, è uno shock.

La mattina successiva, venerdì, Meloni si presenta alla stampa fuori dal luogo del vertice. I suoi occhi brillano di irritazione mentre si rivolge ai giornalisti. “Mi sono imbattuta in alcune strane interpretazioni delle mie parole”, esordisce in italiano, per poi passare all’inglese per chiarezza. “Permettetemi di ripetere ciò che ho effettivamente detto. Credo che la situazione si possa risolvere. Serve flessibilità da entrambe le parti. Da un lato, l’oleodotto Druzhba deve riprendere l’attività. Dall’altro, i 90 miliardi di euro saranno sbloccati automaticamente. Credo che lavorandoci su, possiamo trovare una soluzione, e l’Italia è pronta ad aiutare”.

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Meloni fa una pausa, lasciando che le parole si sedimentino. Nessun accenno alla comprensione del ripensamento di Orbán, nessun riferimento alle pressioni elettorali a cui è sottoposto. Il governo italiano definisce in seguito l’articolo di Politico “totalmente infondato”, una distorsione nata da fughe di notizie selettive. Eppure, il danno persiste nella cassa di risonanza dei titoli. A Kyiv, la frase alimenta una rabbia silenziosa: un’altra crepa nell’unità europea. A Budapest, il team di Orbán ha invece sorriso in privato: qualsiasi distanza tra Roma e il resto del mondo è benvenuta.

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Tornati in aula, mentre i leader prendono posizione per la foto di gruppo, Meloni trascorre qualche secondo con Orbán. I fotografi scattano. Le immagini si prestano a diverse interpretazioni. Ma dietro di esse, aleggia una domanda inespressa: quando una singola parola come “comprende” può essere distorta fino a diventare un’ancora di salvezza per il veto, quanto è fragile la determinazione del blocco?

Il Consiglio europeo si è concluso senza una svolta. Il prestito è rimasto bloccato, il progetto fermo. E da qualche parte, nel passaggio dalla stanza chiusa alla piazza pubblica, l’empatia si è infine trasformata in complicità – o almeno così dicono i titoli dei giornali. Alla fine, forse la vera storia non è ciò che Meloni ha detto, ma la rapidità con cui tutti hanno ascoltato ciò che più temevano.

Tradotto da Simone Cantarini. Leggi qui l’articolo originale.

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